ITEN

«Wasted Heart», la storia dello scatto premiato ai World Food Photography Awards 2025

Wasted Heart — cuore di manzo chiuso in un sacchetto di plastica su fondo bianco, fotografia premiata ai World Food Photography Awards 2025
© 2026 Gabriele Di Fazio

Questa è la fotografia che apre il mio sito. Fino a poco tempo fa non portava da nessuna parte: era solo un'immagine, e chi ci passava sopra il cursore non trovava niente. Questa pagina è il posto dove finalmente si può leggere che cosa c'è dentro.

Si intitola Wasted Heart ed è arrivata terza ai World Food Photography Awards 2025, nella categoria MPB Award for Innovation. La premiazione si è tenuta a Londra il 20 maggio, presieduta dallo chef e scrittore Yotam Ottolenghi; al concorso hanno partecipato migliaia di fotografi da oltre settanta paesi.

Ma la parte che mi interessa raccontare non è il premio. È come ci sono arrivato, che è una storia molto meno nobile di quanto sembri: comincia con un funerale e finisce con un sacchetto della spesa.

Un omaggio nato il giorno sbagliato

Gennaio 2025. Nella notte fra il 12 e il 13 era arrivata la notizia della morte di Oliviero Toscani. Chiunque abbia a che fare con le immagini in Italia, quel giorno, ha dovuto fare i conti con quanto gli dovesse.

Avevo in programma uno shooting in una macelleria della mia città. Abbiamo deciso di trasformarlo in un omaggio: ricostruire Tre Cuori — White, Black, Yellow, la campagna che Toscani aveva firmato per Benetton nel 1996. Tre cuori identici, allineati, con sotto scritti i nomi dei colori della pelle. Il senso era semplice fino alla brutalità: dentro siamo la stessa cosa.

Abbiamo fotografato i nostri tre cuori. Poi lo shooting è finito, e sarebbe finita lì.

La frase che ha fatto l'immagine

Alla fine della giornata ho chiesto al macellaio se potevo portarmi a casa uno dei tre cuori. Lui l'ha preso in mano e ha detto una frase che non ho più dimenticato:

«Se vuoi te lo regalo. Il cuore è una parte che non si vende, a confronto di altre parti dell'animale.»

Poi l'ha chiuso dentro un sacchetto di plastica e me l'ha porto.

Non era una battuta e non era cinismo: era un dato di mercato, detto da chi quel mercato lo conosce. Ci sono tagli che reggono il conto di una macelleria e ce ne sono altri che restano lì. Il cuore — l'organo che tiene in vita l'animale, quello attorno a cui abbiamo costruito metà del nostro vocabolario sentimentale — sta nella seconda categoria. Si regala.

L'idea è arrivata su un tavolo di cucina

A casa ho appoggiato il sacchetto sul tavolo e mi sono seduto a guardarlo. Non stavo cercando niente: era finita la giornata.

Guardandolo dall'alto, la plastica tirata sopra il cuore disegnava la forma stilizzata di un cuore. Non quello anatomico che avevo dentro il sacchetto: quello disegnato, quello dei messaggi e delle vetrine di febbraio. I due si sovrapponevano esattamente, e a tenerli insieme era un sacchetto della spesa.

Da lì in poi la fotografia si è scritta da sola. Non c'era altro da aggiungere: un cuore, la plastica, il fondo. Tutto quello che avessi messo in più avrebbe spiegato una cosa che si vedeva già.

Che cosa dice l'immagine

Questo è il testo con cui la fotografia è stata presentata al concorso, nella forma originale in cui l'ha letta la giuria:

A heart, symbol of life and sacrifice, wrapped in plastic like discarded goods. It evokes the Sacred Heart of Jesus, pierced and forgotten, while the animal's essence is overshadowed by more valued cuts. A silent reflection on waste, lost devotion, and the forgotten sanctity of what truly sustains us.

In italiano: un cuore, simbolo di vita e di sacrificio, avvolto nella plastica come merce da scartare. Richiama il Sacro Cuore, trafitto e dimenticato, mentre l'essenza dell'animale resta in ombra dietro a tagli che valgono di più. Una riflessione silenziosa sullo spreco, sulla devozione perduta e sulla sacralità dimenticata di ciò che davvero ci sostiene.

Il riferimento al Sacro Cuore non è arrivato dopo, come giustificazione. È l'iconografia con cui sono cresciuto: il cuore esposto, fuori dal petto, circondato di luce. Nell'immagine quella luce c'è ancora, ma quello che circonda il cuore è un sacchetto da due centesimi.

Come è stata realizzata

Studio, luce singola, tutto il resto tolto.

La chiusura a f/22 è la scelta che conta. Su un soggetto piccolo e ravvicinato serviva che fosse a fuoco tutto: la plastica davanti, il cuore dietro, le pieghe in mezzo. Una profondità di campo corta avrebbe reso il sacchetto un velo indistinto e sarebbe diventata una fotografia bella. Doveva restare un referto.

I pannelli neri fanno il lavoro opposto a quello che si immagina: non aggiungono luce, la tolgono. Chiudono il riflesso sulla plastica su tre lati e ne lasciano vivo uno solo, quello che disegna il bordo. È lo stesso metodo con cui lavoro in chiaroscuro sui piatti, applicato a un soggetto che con la ristorazione non c'entra niente.

Perché era un buon lavoro per una categoria che si chiama «Innovation»

Il food da concorso è quasi sempre abbondanza: tavole, colori, mani che versano. Wasted Heart fa il contrario — un oggetto solo, su fondo neutro, e nessun invito a mangiare.

L'immagine più utile che io abbia fatto sul cibo è quella in cui il cibo non si può mangiare. È una cosa che mi è tornata utile anche nel lavoro su commissione: quello che decide la forza di un'immagine non è quanto è pieno il piatto, ma quanto è chiara la ragione per cui esiste quella fotografia.

Se ne ha scritto

La scheda ufficiale della categoria è sul sito del concorso.

Una nota di metodo, per chiudere

Non ho costruito questa immagine. L'ho ricevuta: da una notizia arrivata di notte, da un macellaio che ha detto la verità sul suo mestiere senza sapere di dire niente di importante, e da un sacchetto tirato male.

Il mio unico merito è stato non buttarlo.

Condividi

Hai un progetto in corso?

Scrivimi che cosa devono fare le immagini e dove vivranno: al resto si pensa insieme.